martedì 19 giugno 2012

Temazcal


Fu quando mi trovai con la faccia a terra, nel disperato (quanto inutile) tentativo di respirare, nudo, grondante di sudore e calpestato da piedi zozzi di terra, che iniziai a pentirmi di aver accettato l'invito di José e Horacio.

Nell'oscurità più assoluta, fra canti, pianti e preghiere, con la mia guancia premuta sul tappeto di foglie bagnate dal vapore bollente, mi dovetti altresì convincere della fondatezza di alcune critiche metodologiche all'osservazione partecipante. Avrei forse dovuto scegliere la via più sobria degli storici della religione, ad esempio, che studiano i rituali degli Altri senza dovervi per forza partecipare o doversi sorbire bevande nauseabonde di ogni tipo.

Nell'angusto e buio anfratto in cui le pietre arroventate da un fuoco vivo sprigionavano caldo e odoroso vapore ogni volta che José vi gettava sopra acqua fresca, avrei dovuto ritrovare l'equilibrio perduto con il cosmo e con me stesso, insomma guarire. Fu una sofferenza indicibile. Quando giunsi all'estremo grado di sopportazione cercai una via di fuga nell'oscurità trovando solo altri corpi disperati e sudati. Era chiaro, sarei soffocato come un topo in trappola. 

Ho creduto sinceramente di morire e invece, ... stavo per nascere.

Entrò un bagliore di luce quando fu scostata la spessa cortina che chiudeva il pertugio d'ingresso e, uscendo carponi all'esterno, bagnato e sporco, potei apprezzare il primo fresco respiro poi, avvolto in una calda coperta di lana, fui trasportato a braccia su di un'amaca silenziosamente dondolante. Dondolai.

E dire che quando conobbi lo sciamano metropolitano ed il suo aiutante Horacio sull'aereo che ci avrebbe portato da Madrid a Città del Messico, mi erano sembrati persone per bene. Erano di ritorno da un convegno sulle medicine tradizionali tenuto in Francia. Mi appuntai l'indirizzo al quale mi sarei dovuto recare per andarli a trovare, sul retro della copertina di Tristes Tropiques che stavo rileggendo per la seconda volta (i libri non cambiano mai, ma noi talvolta sì, e allora ogni tanto bisogna tornarci sopra).

Quando scesi dal pesero (a città del Messico ci sono numerosi peseros e peseras, due diversi tipi di furgoncini che trasportano passeggeri in ogni angolo della città, ma non ho mai capito cosa ne determini il sesso), mi trovai in una delle zone più malfamate della città; percorsi tre cuadras poi una lunga discesa e giunsi alla casa rosa che dovevo trovare. José fu contento di vedermi (probabilmente come il boia quando vede la vittima salire le scale del patibolo). Uscimmo dalla porta sul retro del cortile per raccogliere delle erbe. Seguimmo conversando i binari morti di una linea ormai in disuso dietro a baracche trasandate e raccogliemmo erbacce e foglie polverose. Le avrebbero poi impiegate per l'allestimento del Temazcal, il bagno di vapore costruito con adobes, mattoni di fango essiccati al sole.

Quando mi dissero che per partecipare al bagno di vapore rituale avrei dovuto sottopormi ad un massaggio prima, e ad una limpia (rituale lustrale di purificazione) poi, iniziai a rilassarmi immaginandomi gli effetti benefici di una salus per aquam (spa) con massaggio e sauna. Solo che la purificazione non sarebbe stata quella dell'organismo, attraverso l'assunzione di verdure ed acqua, ma quella dello spirito, ripulito dall'azione dei malos vientos (è solo un pour parler, non fidatevi affatto del dualismo cartesiano). Perfetto.

Cambiai radicalmente idea quando le nocche nodose di José ed Horacio a turno, iniziarono a torturarmi le carni dei muscoli e poi dolorosamente a schiacciarmi le tempie e le costole ed il dolore della pratica era talmente forte che ormai si erano divisi i compiti, uno mi teneva fermo e l'altro mi percuoteva senza pietà adducendo che il mio organismo era avvelenato dal consumo di farine raffinate di frumento (pane e pasta). Un pestaggio orribile. Non era esattamente questo il contatto interumano che mi ero immaginato sentendo parlare di antico rapporto pragmatico fra medico e paziente.

Non vi è dubbio che nelle medicine tradizionali l'orientamento pragmatico di tale rapporto, che lo rende molto più spontaneo, pratico e concreto, svela per contrasto quell'allontanamento tecnologico che ebbe inizio nella medicina moderna con l'invenzione dello stetoscopio di legno che doveva servire per auscultare il cuore del paziente senza dover appoggiare direttamente l'orecchio sul suo petto. La clinica antica prevedeva infatti un intenso contatto corporeo (che arrivò a prevedere anche l'assaggio delle urine e le analisi olfattive di alito e feci configurate in una teoria umorale dell'equilibrio corporeo) prima che iniziasse quel lento ma inesorabile distacco dovuto all'aumento di quei requisiti tecnici che portarono il dottore ad un progressivo allontanamento dal corpo del paziente con il risultato che le cure iniziarono a spostarsi dai malati verso le malattie (pensate ai macchinari diagnostici odierni).

Alla base del sistema medico mesoamericano sta la suddivisione di ogni elemento del cosmo, ma anche di ogni malanno e di ogni rimedio, nelle categorie contrapposte del caldo e del freddo. Ma non è una questione di temperatura in senso stretto, la febbre ad esempio pur generando calore, è classificata come un elemento freddo (causa brividi) e deve essere curata attraverso un rimedio di carattere opposto, caldo. Tale tassonomia attribuisce generalmente caratteristiche fredde alle malattie che si credono provenire dal mondo dei morti mentre quelle calde avrebbero la loro origine in cielo. Ecco spiegato il caldo infernale del bagno di vapore al quale ricorrono soprattutto le puerpere (ma non solo) per curare ogni genere di malessere e riprendersi dalle fatiche del parto.

Niente di nuovo, il sistema biomedico occidentale si fonda sostanzialmente sul medesimo principio di base dettato a suo tempo da Galeno: contraria contrariis curantur (si curino i contrari con i contrari). Dopo la più classica azione oppositiva fra gli "elementi", furono poi i farmaci ad agire in contrasto agli agenti patogeni seguendo comunque il medesimo percorso teorico di efficacia medica.
Fu Paracelso ad introdurre nel pensiero moderno una nuova visione: "nessuna malattia calda fu mai risanata con mezzi freddi né mai alcuna fredda fu risanata coi caldi". Similia similibus curantur (o qualcosa del genere). Rovesciamento metodologico: è il simile a dover curare il simile, disse. Forse intendeva che i poveracci debbono essere curati da altri poveracci?. No, era nato il principio omeopatico. Su cui si basa il vaccino ad esempio, che prende il suo nome proprio dalle vacche, visto che ebbe origine quando per combattere il vaiolo umano si usava inoculare preventivamente il vaiolo bovino che, trasferito dall'animale all'uomo, provocava in quest'ultimo una malattia attenuata che però impediva al vaiolo umano di attecchire e svilupparsi.

Nel frattempo attendevo il mio turno per essere sottoposto al rituale della limpia, quando si presentò Horacio che mi comunicò con un velo di tristezza che non avrei potuto suonare il tamburo con tutti gli altri alla fine dell'incontro (il mio livello di purificazione non era ancora completo, disse. Decisi di non accoltellare quel povero ciarlatano, lo riparmiai). Non me ne importava più di niente, del resto ero impegnato nella ricerca di un nuovo equilibrio, ero appena ritornato al mondo, or ora uscito dalla capanna cosmica, dal ventre caldo, umido e caotico della madre terra per avere la possibilità di ricreare un nuovo ordine personale e sociale nel quale agire e rispetto al quale mi trovavo a riflettere dondolando sull'amaca (scusate la sciocca deriva new age).

Mi rassegnai (dico per il fatto del tamburo), lo interpretai come l'esito dell'incontro inevitabile col destino (iniziavo a familiarizzare con lo spirito tragico indigeno) e lo valutai come un male assai minore rispetto alla possibile prescrizione medica del raddrizzamento dell'ugola con intervento diretto di un dito in gola prima intinto in chissà quali sostanze schifose (rimedio spesso utilizzato per contrastare gli effetti di uno "spavento") oppure del ricorso eventuale alle pelotillas le cui proprietà terapeutiche sono per ora soltanto "supposte" (e ci siamo capiti).

[rileggendo una pagina di diario...]

venerdì 27 aprile 2012

La cultura è magica...


"Quando Nieves mette il vestito nahuatl non è più la stessa".

Peccato, perché lei è davvero bellissima nei suoi lineamenti amerindi e si fatica a pensarla diversa da com'è.

Lei stessa ritiene di esprimere la sua cultura più autentica (quella ereditata dagli antichi aztechi, nella sua personale visione) quando recita poesie in lingua nahuatl davanti a un uditorio attento e festante (?). Per lei la cultura è un bagaglio che ha ricevuto in eredità dai suoi ascendenti. Mi ha guardato con sospetto quando le ho detto che a mio avviso non aveva bisogno di vestire un huipil azteca per esprimere la sua identità e la sua cultura, poi, il suo sguardo è divenuto comprensibilmente orrido quando le ho confidato che, dalla mia prospettiva, pur essendo lei, quel giorno, vestita semplicemente con jeans e maglietta, potevo apprezzare "l'autenticità" culturale dei suoi huaraches (sandali di cuoio) ancora sporchi di fango che, pur muti, raccontavano della sua vita di campo, da contadina alle prese con comuni problemi di ejido (gli ejidos, in Messico, sono terre di proprietà statale concesse ad uso comune a comunità di indios).

Quando Kroeber e Kluckhohn si chiesero cosa fosse la cultura compilarono un elenco di oltre centosessanta definizioni ed altri loro colleghi, in seguito, conclusero che con tutta probabilità, la cultura, così come l'avevano definita gli antropologi fino a quel momento, nemmeno esiste, è un'invenzione.

Forse, la cultura è magica.

Se cerchi di definirla, scompare. Se cerchi di conservarla, come una strega si trasforma in qualcosa di diverso (ideologia per esempio, o folklore, o un tacchino) .


Si tratta di un processo spontaneo e, come tale, la cultura, non ammette alcuna riflessione su di sé, è uno specchio fumante di ossidiana, come quello stretto tra le mani di Tezcatlipoca di cui la divinità si serve per uccidere i nemici.

Quando gli sciamani mazatechi vollero conservare la pratica di ingestione dei funghi allucinogeni, dei quali si servivano per scopi di cura (sono perennemente malati, poveracci) e per viaggiare verso la dimensione parallela, non sfilarono in parate colorate e festose con vessilli a forma di fungo davanti ad un pubblico plaudente e pagante. Fecero finta di niente e, nottetempo, continuarono a divinare, proiettando le loro anime in un mondo ancora non colonizzato dalle croci di chi voleva trasformarli da animali liberi in uomini schiavi (per il loro bene, si intende).

La pratica si è conservata sino ad oggi (pur mutando come ogni cosa muta, questo è un dogma) proprio perché non vi è mai stata la volontà esplicita di farlo. Si è conservata come spazio di resistenza culturale spontaneamente sottratto (finché si è potuto) allo sguardo di una divinità più potente (sono stati quegli spioni dei frati e dei catechisti a rivelarglielo, ne sono sicuro).

Coloro che si dedicano alla conservazione ed alla patrimonializzazione della cultura potrebbero trarre il suggerimento che la miglior conservazione è proprio quella incosciente (apprezzare il gioco di significati tra non consapevole e non responsabile), ovvero quella nascosta nelle pieghe della pratica? Forse si, ma rimarrebbero senza lavoro, dunque no.

Sono convinto che le culture siano sì, da documentare (soprattutto per dare lavoro agli antropologi), ma conservare per conservare e patrimonializzare per patrimonializzare, senza avere un piano adeguato sull'impiego della documentazione prodotta, non significa forse fare il gioco della globalizzazione che altro non desidera se non musei etnografici da visitare più che curarsi realmente della condizione delle culture che vengono studiate?

Opporsi ideologicamente alla conquista non significa forse costruire spazi operativi di controcultura, fare cultura, anche attraverso l'impiego attivo della documentazione culturale?

Nessun timore, anche in caso di risposta affermativa, non servirà a nulla.


Poi viene in mente che quando un gruppo di intellettuali italiani del quindicesimo secolo si proposero di tornare agli antichi fasti, reinventando le loro tradizioni del passato, con propositi all'epoca probabilmente risibili (tipo costruire le chiese in stile classico) diedero origine semplicemente al Rinascimento. Ma, agli europei riesce sempre tutto meglio? Quindi il ritorno al passato delle culture Altre è sempre e solo segno di decadimento culturale?

Le teorie confliggono.

Io sono dell'idea che, per documentare, conservare e patrimonializzare (tutte pratiche di grande spessore ideologico), si debba fare come hanno fatto gli sciamani mazatechi.

Ma saremo ancora capaci di trasformarci (come gli sciamani o come Nieves, o come le culture, o come le teorie antropologiche)?

Nell'incertezza complessiva mi aggrappo a due punti fermi fissati da Marshall Sahlins rispetto all'antropologia nel lungo periodo:

"uno: gli antropologi di oggi saranno tutti morti, due: avranno tutti torto".

martedì 21 febbraio 2012

Il negrètto


Avvertenza: leggere il seguente post con accento o cadenza milanese, altrimenti non è lo stesso, mi raccomando...

L'amico di Mario sta per andare in pensione. Suo figlio non se la sente di continuare la sua attività, troppo impegnativo, così l'agenzia di assicurazione viene venduta e, con il ricavato, l'amico di Mario, se ne va a vivere in Kenya. Ma, a sorpresa, il figlio lo vuole seguire. Non era previsto. Il padre comunque acconsente, è pur sempre il suo papà.

Ora però, bisogna sistemare il figlio. Allora il padre, dopo aver costruito una villa per sé, costruisce tre bungalows per lui, da affittare ai turisti. La rendita permetterà al figlio di vivere con stile e magari, di trovare moglie.

L'amico di Mario vive ora in una bella villa, si sveglia presto al mattino, legge il giornale, guarda la tv. Insomma fa tutto quello che avrebbe fatto a Milano. Se ne accorge, un po' si annoia. Ha bisogno di nuovi stimoli.

Decide allora di dedicarsi alla pesca, compra una barca e l'attrezzatura necessaria. Poi prende a servizio un negrètto (vezzeggiativo che sgorga spontaneo direttamente dalla sua nobiltà d'animo) per farsi aiutare nell'attività. Il negretto ha il compito di preparare la barca e l'attrezzatura prima di uscire in mare e di ripulire ed ordinare tutto quanto una volta fatto ritorno sulla spiaggia. Diventano una squadra formidabile, tornano sempre con le reti colme.

Il negretto non percepisce alcun salario, del resto la bontà d'animo del signore milanese non arriverebbe mai a svilire un così bel rapporto con dello sciocco ed infimo denaro. Ma quando tornano dalla battuta di pesca l'amico di Mario, dopo aver scelto tutto il pescato migliore, per generosità, lascia al negretto tutto il resto: pesci martello, razze ed altri scarti (un signore).

"Dovreste vedere che bello quando tutte le donne con i vestiti colorati accorrono e si avvicinano al negretto per acquistare quei pesci per pochi soldi. Una scena d'altri tempi. Però.., come questa gente si accontenta di poco... Dovremmo imparare da loro, sempre con il sorriso..., nonostante tutto"
(certo che la moglie dell'amico di Mario si esprime con un eleganza e con una delicatezza davvero ineguagliabili, magari manca di un pizzico di capacità critica, ma è sempre cordiale e disponibile..., una signora anch'ella, insomma tutto pieno di signori in giro).

Trascorsa la stagione delle piogge, ricomincia a soffiare il kaskazi, il monsone caldo ed umido da nord-est e la barca di Mario è pronta per una nuova stagione di avventure. Ma il negretto non si presenta all'appuntamento con l'amico di Mario, è morto di aids.

Lascia la moglie e quattro figli. Era pur sempre il loro papà. Anzi no, soltanto due erano figli suoi, gli altri due erano i figli di suo fratello. Si unirono al suo nucleo famigliare un paio di anni prima quando anche il loro padre morì di aids e la moglie, loro madre, iniziò irrimediabilmente a deperire.

Secondo la moglie di Mario è successo perché spacciavano (eziologia di tipo morale secondo cui la malattia punisce, giustamente, chi se lo merita).

Per la moglie del negretto invece, la sciagura che sta colpendo l'intera famiglia, è stata causata dall'infrazione di tabù sessuali da parte della cognata. Si prostituiva in locali frequentati da attempati europei sulla meravigliosa costa del Kenya. Gli anziani (quelli africani) dicono infatti che coloro che hanno un'attività sessuale non morale si espongono deliberatamente ed inevitabilmente all'azione di pericolosi spiriti. Chi ne è colpito si indebolisce e deperisce sino a morire.

Anche per Mario le cose non succedono mai per puro caso. C'è una sorta di logica divina che soggiace agli accadimenti. I negretti della costa, anzi i negri della costa, sono sciocchi, pigri e fannulloni, oltre ad essere totalmente incapaci di risparmiare (e per la maggioranza pure musulmani, aggiungerei), ed è fondamentalmente per questi motivi che, a loro, accadono le cose peggiori. Dovrebbero impegnarsi di più per far cambiare il corso degli eventi. Non dovrebbero accontentarsi delle condizioni in cui vivono. Il vero problema, è che non hanno voglia di lavorare (un po' come i nostri meridionali). Per rafforzare la sua convinzione, Mario spiega che i negri dell'entroterra si sono emancipati proprio attraverso il lavoro ed una visione cristiana del mondo (che aiuta), seppur negri anch'essi (ma per Dio, si sa, c'è proprio spazio per tutti).

L'approccio è di tipo calvinista, non c'è dubbio. E' proprio la riuscita nella vita (leggi arricchimento) che fornisce la prova dell'accoglimento nella grazia divina. Il metro di giudizio è il lavoro. Se la vita, attraverso il lavoro, ti premia, allora è sicuro, sei nella grazia divina. La vita non ti premia, sei fuori dalla sua grazia, dispiace, ma è così.

Ma allora si tratta di un Dio cattivo che premia alcuni lasciando loro la possibilità di raccogliere i frutti del loro lavoro e castiga altri destinandoli irrimediabilmente agli stenti? No, ci mancherebbe, è la nostra prospettiva parziale e fallibile che ci impedisce di cogliere la perfezione e l'infallibilità (non dimentichiamo giustizia) dei piani divini.

E' corretto dunque attribuire la colpa ai poveri della loro miseria, ai malati delle loro affezioni, agli emarginati e derelitti della loro deriva. Non c'è dubbio.

Insomma gli sta bene, è destino.

O vorremmo piuttosto pensare che esistano delle sciocche ragioni storiche e sociali che hanno contribuito ad emarginare e condannare le popolazioni della costa a vantaggio di altri gruppi sociali i quali hanno elaborato una serie di stereotipi e luoghi comuni che giustificano ideologicamente la loro posizione egemone a scapito di coloro che debbono affrontare una miserabile sorte?

Ma per far ciò dovremmo assumere l'esistenza di entità metafisiche (e malefiche) come la storia e la società (che sappiamo bene non esistere, fortunatamente) che altro non farebbero che distogliere l'attenzione dall'unica cosa di cui necessitiamo veramente oggi: il realismo.

[dopo una delirante chiacchiera con Mario sulla spiaggia assolata. Ai bordi della spiaggia, sotto delle rocce sporgenti, ci sono dei beach boys in agguato come coccodrilli. Mario li odia, sono dei depravati, dice. I beach boys sono in realtà il corrispettivo dei turisti, il loro specchio; io li trovo odiosi entrambi. Non esistevano prima, sono nati con l'emergere del fenomeno turistico. Vendono ciò che i turisti chiedono, nell'ordine: sesso, droga, souvenirs. Turisti e beach boys vivono nel medesimo ambiente: la spiaggia. Si guardano reciprocamente con sospetto. Spogliati gli uni, vestiti gli altri; al sole gli uni, all'ombra gli altri e, quando una nube nera oscura il sole e piove, gli uni bestemmiano il loro Dio, gli altri lo benedicono.
Il turismo è la forma compiuta della guerra, ha detto una volta Marc Augé]

martedì 10 gennaio 2012

Que viva el indio muerto, que muera el indio vivo...

Pedro cammina sulla ripida salita, è abituato a farlo.
Veste pantaloni lunghi, una camicia leggera in tela di lino, un cappello di paglia e huaraches (sandali in cuoio intrecciato).

Sull'altro versante del promontorio c'è la sua abitazione, con i suoi tre figli ancora piccoli che dormono su amache appese e sua moglie che stamattina, quando era ancora buio, era già impegnata a sciacquare il mais in un grosso secchio di metallo.

Dietro di sé ha appena lasciato la sua milpa, il campo di mais che ha ricavato disboscando un piccolo tratto di selva. Ha tagliato la vegetazione con ascia e machete e poi, al culmine della stagione secca, gli ha dato fuoco. Quelle ceneri nutriranno il terreno che la pioggia feconderà. Dalla milpa Pedro ricava tutto ciò che è necessario per il sostentamento di sé e della sua famiglia. Soprattutto mais, fagioli, zucche e chiles; del resto sono i medesimi prodotti che hanno permesso in antichità l’evoluzione delle grandi civiltà mesoamericane.

Alcuni si chiedono il motivo per il quale nella Mesoamerica antica non si sia mai sviluppata l'agricoltura (che prevede l'uso dell'aratro); mentre le tecniche di coltivazione di allora non andarono mai oltre la primitiva orticoltura da zappa (ottenuta in realtà con l'utilizzo di un semplice bastone appuntito).

C'è da dire che in epoca preispanica, gli unici due mammiferi di grosse dimensioni presenti nel continente americano erano il bisonte ed il lama. Provate ad immaginarli attaccati ad un aratro.
Poi, immaginate di doverli convincere a lavorare per voi; prima l'uno, poi l'altro.

Adesso sapete perché l'agricoltura non poté svilupparsi in quel continente.

Nel taschino della camicia Pedro porta un piccolo pacchetto di carta legato con un cordino, contiene picietl, foglie di tabacco fresco tritate. No, questo tabacco non si fuma. Si tratta di un amuleto, protegge, allontana i pericoli e i malos vientos. Pedro ha una mentalità magica e tutto ciò che accade intorno a lui, anche il particolare più insignificante, può rappresentare un presagio. Un evento che si iscrive nel corso necessario degli eventi. Il futuro per lui, non è altro che un modo di ripresentarsi del passato.

Nella borsa di fibra vegetale intrecciata porta una serie di cose raccolte nella milpa. Non si tratta di ortaggi, ma di oggetti di un certo valore.
Pedro si sente un po’ a disagio a trasportarli, non è del tutto tranquillo. Già, perché gli oggetti che porta nella borsa sono preziosi reperti archeologici. Ma Pedro non è un ladro, non ha rubato quegli oggetti, li ha semplicemente trovati nella milpa, mentre seminava. Ogni volta che piove forte, emergono dalla terra, da soli, basta raccoglierli.

Quando arriva sulla sommità della collina, alta ed isolata, si dirige verso un complesso di grandi costruzioni. Non sono edifici qualsiasi. E' giunto a Monte Albán, uno dei più grandi siti archeologici del Messico.

Da dietro una piramide defilata, Pedro ammicca ai visitatori.

Tira fuori dalla borsa degli oggetti molto belli e li mostra ad un visitatore. Una ciotola bianca in alabastro con un serpente arrotolato sui bordi, numerose terracotte e piccole figure in argilla, una collana in giada verde, splendida. Alcuni reperti sono addirittura più belli di quelli esposti nel museo ufficiale del sito archeologico.

Inizia una trattativa serrata per un pezzo che raffigura un nobile personaggio in terracotta con un copricapo di piume e pannocchie. Ma non c’è intesa sul prezzo (qui non c'entra la mentalità magica...).
Ad un certo punto, nella concitazione della trattativa Pedro viene chiamato per nome.

Pedro ci pensa.

E' sicuro, non si è mai presentato al visitatore. Inizia a sentirsi a disagio, è intimorito. Conosce il mio nome? Si tratterà di un agente, mi ha scoperto, mi hanno preso. Rompe gli indugi e glielo chiede direttamente, pronto al peggio.

Per tutta risposta viene incalzato, l'uomo dice di conoscere ogni cosa, può vedere oltre, tanto che svela anche la presenza di due tatuaggi situati rispettivamente sul polpaccio e sull'avambraccio di Pedro (invisibili giacché coperti dagli abiti).

Pedro stavolta è davvero spaventato, raccoglie in fretta gli oggetti e si allontana.

L'uomo però, lo rincorre e, prima che possa scavalcare un muretto, si rivolge direttamente a lui: dai Pedro!

Davvero non mi hai riconosciuto? Si, ci conosciamo!

Due anni fa in questo stesso luogo!
Avrei voluto comprare un reperto, ma non avevo con me abbastanza denaro e tu fosti così gentile da portarmelo direttamente in città, il giorno dopo!

Pedro non poteva fare caso a tutti i clienti, per lui, in definitiva, erano tutti uguali.

Del resto quando due anni prima Pedro si recò in città sperando di vendere il reperto ordinato, non aveva l’abbigliamento che ci si può aspettare da un contadino zapoteco. Indossava indumenti "urbani": scarpe da ginnastica, bermuda di jeans sfilacciati e maglietta del Cruz Azul (ci giocava Camoranesi).
I suoi capelli, neri come le piume di un corvo, erano tirati su col gel.
I suoi tatuaggi non passarono inosservati.

Ci fu un abbraccio.

Non biasimate Pedro, i musei europei sono veri e propri depositi di saccheggi.

Pedro, come gli altri indios messicani, ha soltanto una grossa difficoltà ad aderire al progetto immaginato per il Messico che, ovviamente, non contempla la presenza di poveri e disorganizzati contadini (testardi e fannulloni) che impediscono allo Stato di stare al passo con i tempi.

Le politiche indigeniste, che avrebbero dovuto portare "sviluppo" nelle zone più misere e remote del paese, dove la Storia (cattiva e impersonale), ha relegato le comunità indigene, gli hanno creato ancor più dubbi, senza, in cambio, risolvergli alcun problema.

Si tratta di una questione controversa.

In realtà al governo messicano, in un certo senso, gli indios piacciono, eccome. Qualsiasi momento pare buono per vantare con orgoglio le radici preispaniche.
Festival culturali, eventi in musei archeologici, simboli precolombiani presenti pressoché dovunque, anche sulla bandiera nazionale.

Viene quasi il dubbio che il governo messicano prediliga esclusivamente un tipo particolare di indios: quelli già morti.

[Ho raccontato questa storia in un museo di Torino. Nell'allestimento di riferimento c'era una statuina in terracotta che rappresentava Pitao Cozobi, signore zapoteco del mais. A sorreggerla una serie di collane fatte con semi di mais blu, gialli, rossi e bianchi. Sarà stato per l'umidità conservata dalla terra usata come base per l'allestimento oppure per la primavera incombente, ma in quell'occasione, il mais, incurante di trovarsi in un tempio della cultura, germogliò...]

martedì 6 dicembre 2011

Il re scarlatto

Viorica cammina velocemente per gli stretti vicoli di Bari vecchia. La sua testa è coperta da un leggero velo rosa annodato sotto il mento. In una delle mani, che tiene al caldo nelle tasche di una giacca nera, stringe una piccola icona religiosa. Entra velocemente in una grande basilica dove, tra poco, sarà celebrato un matrimonio. Ma invece di salutare gli sposi e prendere posto nei banchi, costeggia rapidamente la navata sulla destra e scende da una scalinata.

L'atmosfera del piano interrato è diversa, più raccolta, l'aria è resa densa da ceri ed incensi che bruciano intorno all'altare. La cerimonia ortodossa è appena cominciata, durarà ancora almeno un paio d'ore; il sacerdote barbuto officia direttamente sul sepolcro di San Nicola, ricorre il giorno della sua morte.

Le reliquie di San Nicola furono portate a Bari dalla Licia, una regione dell'odierna Turchia, per sottrarle all'invasione dei Mori.

In antichità il santo era noto come portatore di doni prima che la Controriforma imponesse per quel ruolo il solo Bambin Gesù destinando al santo il più modesto compito di proteggere i navigatori.

Nessun dramma, tornerà a prendersi la rivincita un paio di secoli dopo.

Nel frattempo viaggia a lungo. Intagliato nel legno delle polene di imbarcazioni di navigatori calvinisti olandesi (ubriachi), arrivò fin dall'altra parte dell'Atlantico. E' qui che divenne un personaggio e subì varie trasformazioni. Una in particolare. Per il fatto di essere festeggiato a dicembre dalle comunità di migranti, divenne un vero e proprio Uomo di Natale; perlopiù un poveraccio che durante l'inverno vendeva delle cianfrusaglie (tirandole fuori da un sacco malconcio). Usava regalare qualcosa ai bambini, è vero, ma ogni tanto se ne portava via qualcuno particolarmente indisciplinato (sarà stato per vendicarsi del Bambin Gesù?).

Quando torna in Europa è invece subdolamente buono ed è tutto vestito di rosso come un re. (E beve la Coca-Cola, molta Coca-Cola).

Non solo torna, ma decide di ritornare periodicamente, proprio come fanno le divinità.

Ma si tratta di una divinità speciale. La sua credenza divide infatti le generazioni. Gli adulti non ci credono, ma invitano i bambini a farlo e sono pronti a qualsiasi imbroglio pur di raggiungere quello scopo. Ma soltanto fino all'adolescenza, poi il segreto viene rivelato. Per certi versi, non è molto diverso da ciò che accade nelle società segrete africane quando ai giovani adolescenti, nella penombra della capanne iniziatiche appena illuminate dall'incerto fuoco delle torce, viene svelato il segreto stesso della celebrazione del rito ed altri misteri connessi al mondo degli adulti.

Il rito di passaggio serve a far prendere all'iniziato la consapevolezza delle sue responsabilità verso la società.

Conoscendo la vera origine dei doni di Natale ora, l'adulto, ha l'obbligo di entrare nel circuito di reciprocità (dare e prendere doni) e di perpetuare con disinvoltura l'imbroglio nei confronti di coloro che non sono ancora iniziati, facendogli credere che i regali arrivino da un mondo mitico ed anonimo.

In Africa, la forza del rito iniziatico è data anche dall'apparizione scenografica dell'antenato mitico. Solitamente appare rappresentato con un costume di raffia; volteggia mascherato e danza.

Se alla vigilia di Natale sentirete bussare alla porta probabilmente, aprendola, non vedrete torce e personaggi danzanti, ma un membro della famiglia (che farete finta di non riconoscere) che impersonifica un anziano proveniente da un mondo immaginario che vuole conoscere i vostri figli. I suoi abiti e la sua slitta evocano l'inverno (non siamo forse vicini al solstizio?).

Già, ma l'inverno e il freddo non costituiscono un binomio scontato e quegli abiti possono divenire molto scomodi.

Ricordo una calda vigilia di Natale ai tropici, nel parcheggio assolato di un Wal-Mart di Mérida (Yucatán) in cui una decina di sudatissimi poveri diavoli (o poveri cristi, fate voi) erano costretti, probabilmente da condizioni economiche disastrose, a vendere biglietti della lotteria natalizia in abiti invernali, con tanto di stivali, giubba e berretto rossi e barba bianca sintetica (prurigginosa). Vagavano strisciando i piedi, sorridendo in maniera poco credibile ai bambini, per strappare pochi pesos ai loro genitori.

E sono proprio i supermercati ad essere divenuti il suo regno. E' lì che lo vediamo aggirarsi, rosso. Del resto chi più di lui fa circolare le merci e rappresenta la capacità di essere illimitatamente generosi? E come tale è anche divenuto il simbolo del consumismo ed un vero e proprio idolo del mercato.

Babbo Natale è il mercato.

E come è noto il mercato non è buono né giusto, il mercato è spietato.

[Se andate a Bari, non mancate di visitare la Basilica di San Nicola. Se volete assistere ad una liturgia ortodossa, scendete al piano interrato, ma non fatelo durante il matrimonio di un vostro cugino, come ho fatto io, i vostri familiari se la prenderanno veramente a male. Anche quest'anno appenderò fuori dal balcone un bel Babbo Natale, ... per il collo]

venerdì 11 novembre 2011

Capelli


Ha i capelli corti, tagliati a spazzola, e non è un caso.

Natalia legge libri di psicanalisi e si è fatta l'idea che sotto alle fluenti chiome che portano le donne si nasconda qualcosa di misterioso. Decide di vederci chiaro, convoca delle conoscenti avvenenti e taglia loro i lunghi capelli, a zero.

Prima però le ha intervistate per cercare di comprendere, nei meandri delle loro esistenze, quali fossero i segreti femminili che le folte chiome nascondevano prima di essere rasate completamente.

I segreti che le donne hanno narrato divengono disegni eseguiti direttamente sulla pelle del loro cranio rasato dall'abilità di Natalia che è un'artista bravissima e sa anche fotografare e allora le dispone in una stanza nella penombra e poi le fotografa di spalle, in bianco e nero, prima con i capelli ancora lunghi e poi con il cuoio capelluto nudo, coperto soltanto dai suoi meravigliosi disegni destinati a scomparire con la progressiva ricrescita della chioma.

Un giorno Natalia attraversa l'oceano, arriva in Europa, sotto le prealpi piemontesi. Vorrebbe dar seguito al suo progetto artistico e si imbatte in persone che i capelli li hanno persi loro malgrado. Sono donne che, a causa della chemioterapia, sono divenute calve. Natalia le intervista e poi disegna le loro storie direttamente sui foulard che sono solite portare per coprirsi il capo. Come le foto, anche i foulard stampati con quei disegni divengono opere d'arte. Svelano.

Le donne hanno i capelli lunghi. Ma la femminilità ed il potere sessuale sono davvero sempre strettamente legati ad una metonimia esibita da una chioma sana ed abbondante? O tali categorie funzionano come dispositivi sociali (maschili) che esercitano potere sul corpo femminile anche attraverso il controllo culturale dei capelli come esperienza incorporata? (Domande retoriche...)

Quali sono le strategie di difesa femminili?
Le femministe, ad esempio, portano i capelli corti per sfidare apertamente il potere maschile. Altre donne, al contrario, fanno le extension per aumentare la loro carica di desiderabilità ed accrescere il loro potere di seduzione.

Il documentario Hair India ce lo ha insegnato: anche il nostro corpo è entrato nel circuito della società di mercato. I capelli rasati nei templi hindu, offerti da povera gente in segno di purificazione, vengono raccolti e venduti una volta all'anno al miglior offerente. Grandi compagnie si sfidano in aste volte ad accaparrarsi a prezzi modici i migliori capelli sul mercato, i più sani e resistenti. Quelli indiani sono indubbiamente i migliori. Vengono spediti in Europa, lavati e divisi per lunghezza in ciocche perfette e tinte con ogni sfumatura desiderabile. Poi vengono messe sul mercato ed entrano nelle migliori boutique du coiffeur dove le extension vengono applicate a prezzi elevatissimi. Capita che alcune di quelle ciocche, rasate nel templio e lavorate in Europa, facciano ritorno in India in splendide confezioni patinate per essere acquistate da ricche donne, che magari abitano soltanto ad un paio di strade di distanza da quel templio da cui i capelli provengono.

Dunque senza capelli non esiste femminilità?
Il corpo può essere modificato mediante una parrucca. Per nascondere la calvizie, la perdita di potere, di femminilità, per nascondere i segni della malattia.

Ma voglio ricordare anche quella studentessa musulmana che per andare all'università pubblica in Turchia era obbligata ad indossare una parrucca per eludere un sistema repressivo che impedisce di indossare il velo islamico nei luoghi pubblici. Con vergogna e la paura di essere scoperta, ma con il capo coperto, la parrucca le restituisce la femminilità minacciata.

Natalia, che nel frattempo ha abbandonato l'approccio psicanalitico per per adottare quello dell'antropologia del corpo, è convinta che meno capelli non significhino necessariamente meno femminilità e seduzione. Per convincere anche gli altri, ricorre ad un significativo atto simbolico di resistenza femminile, prende un'immagine della Venere di Botticelli, simbolo assoluto di femminilità, e con photoshop cancella accuratamente i suoi capelli. Completamente calva si staglia nella sua conchiglia.

I capelli sono corpo.

E' per questo motivo che Mwatime, seduta sulla veranda della sua abitazione, rade i capelli di suo figlio e li colloca nelle fessure del muro crepato di casa sua, fatto di rocche coralline, pali di mangrovia e fango, prima di provvedere a sotterrarli in un luogo sicuro, per evitare che possano essere rubati da un muchawi (stregone) e con essi esegua un pericoloso incantesimo. Si, perché i capelli continuano ad essere parte del corpo anche quando se ne separano. In Africa, capelli ed unghie non si buttano, si nascondono.

Mi raccomando, accapigliatevi se necessario, mettetevi le mani fra i capelli, per vezzo o per disperazione, ma diffidate da chi vi mette le mani o lo sguardo sui capelli.

[Natalia mi è stata presentata da Gigi, lo ringrazio. Mwatime è una cara amica, non ho mai visto i suoi capelli che sono sempre coperti da un velo colorato quando mi incontra. Ho rivisto Hair India e lo rivedrò ancora giacché ne vale davvero la pena...]

[L'altro giorno sono andato a tagliarmi i capelli...
...La barbiera (gentile come suo solito):
- Ciao Fabio, come te li taglio i capelli?;
...Fabio:
- In silenzio per favore, in silenzio..."]

domenica 4 settembre 2011

Doni e regali per carità; per carità? per carità!


Ovvero: per un'etnografia dei regali caritatevoli di ricchi turisti europei a poveri pescatori di un villaggio della costa kenyota.

I regali più belli sono quelli scelti apposta per la persona che li deve ricevere, un regalo casuale, poco ricercato, fa fare brutta figura. Se il regalo rappresenta invece uno slancio benefico o caritatevole non si può andare troppo per il sottile, l'importante è fare del bene.

Ecco, se io sapessi che qualcuno sta venendo a casa mia con il proposito di fare del bene, me la darei a gambe levate, questo è sicuro.

Agli africani, si sa, non e' mai andata troppo bene. Dopo aver conosciuto la violenza dei nostri interessi, hanno imparato a conoscere anche quella, ancor più feroce, delle nostre buone intenzioni.

L'arrivo in un villaggio africano può essere impattante. I bimbi però sono tutti vestiti alla moda: pantaloni stracciati e maglie "out of size". Poi di tanto in tanto salta fuori anche qualche capo fuori stagione; è così che Jeffi arriva al meeting, con una giacca a vento nera che dalle ginocchia lo copre fino alla bocca dove stringe fra i denti l'occhiello di metallo della cerniera che la chiude fin sotto al suo naso che gocciola (dal caldo?).

E così che il mito dell'occidente ricco e paradisiaco si riproduce e si perpetua; attraverso l'arrivo dei sacchi pieni di meraviglie che giungono da un mondo soltanto immaginato.

Jeffi sa che nei sacchi non troverà soltanto vestiti e si introduce in quello più grande, incurante della ressa che i bimbi più grandi stanno creando, esercitando pressione su chi regge i sacchi di merce. Infatti ne riemerge poco dopo con due sacchetti di caramelle mentre un terzo si intravede dalla tasca della giacca a vento. Non si dovrebbero accettare caramelle dagli sconosciuti... E invece per queste ci si azzuffa. Primi due risultati raggiunti: uno a breve termine: zuffa, ed uno a lungo termine: carie (volevamo mica risparimiar loro le dentature perfette scampate ad ogni genere di subalternita'?).

Ora, dotare di vestiti gente che ha difficolta' a procurarseli è un gesto carino, ma non esente dall'interferire con le relazioni di potere. Capita così che la persona prescelta per gestire gli aiuti assuma un'importanza spropositata sia a livello materiale che sociale. Diviene l'interlocutore dei generosi occidentali, il manager della discarica. Quantomeno fino a quando uno spirito cattivo si accorgerà di lui e lo punirà facendolo ammalare... o lo ha già colto?

Poi ci sono le medicine... sacchi interi. Tenendo conto che qui la sanita' e' a pagamento, si tratta di un regalo sicuramente gradito, ma inutile. Non essendoci alcun medico a gestire il dipensario locale, ogni medicina finira' per essere interpretata piu' per il suo valore simbolico, relativo al mondo dal quale proviene, piuttosto che per il suo principio attivo. Da queste parti, tanto per capirci, coloro che sono orientati verso il mondo occidentale si curano con l'aspirina, i filo-arabi con l'acqua di rose, ma solo per potenziare i riti di cura e gli amuleti contro la stregoneria. Non oso immaginare l'impiego di imodium, aulin, antibiotici a largo spettro, antidolorifici, autan e olii solari. Ma c'è di più, la carità delle medicine rischia di far dimenticare la vera causa che genera le malattie, la povertà. Gli agenti patogeni esistono, ma guarda caso si insinuano sempre fra i più miserabili. Sono cattivi? Oppure cattivo è il sistema che genera ingiustizia sociale?

Ed infine il regalo piu' ricercato: le matite. Ogni bimbo ne ha ottenuta almeno una manciata e corre via con i graffi causati da quelle che non e' riuscito ad accaparrarsi. Questo regalo e' il piu' raffinato, frutto di una riflessione profonda. Con una matita si regala l'emblema dello studio e l'emancipazione che si puo' ottenere attraverso quello. Bello. Qui anche le scuole sono a pagamento, dalla secondaria in poi studia solo chi se lo puo' permettere, il regalo suona come un augurio di prosperita'.
Una nota riflessione di Levi-Strauss poneva il seguente quesito: da quando e' stata inventata la scrittura ci sono state societa' in cui le masse abbiano davvero potuto eliminare il divario che le separava dai dominanti oppure e' proprio attraverso la scrittura e la lettura che i dominanti dominano le masse asservendoli ai loro interessi?...

La carità uccide. Sia quando chiede qualcosa in cambio come fanno i missionari, che sulla scorta di retoriche umanistiche, aiutano la gente con il fine di convertirla, sia quando non chiede nulla anzi, ha proprio il proposito di lasciare tutto così com'é. I progetti di aiuto assistenzialistico hanno reso gli africani dipendenti ed incapaci di intraprendere percorsi di emancipazione. I sostenitori di questa teoria ritengono che gli aiuti dovrebbero essere sospesi per permettere lo sviluppo della libera impresa e favorire l'aggancio al libero mercato internazionale, così come ha fatto l'Asia. Meglio essere dipendenti dagli aiuti o dai capricciosi mercati internazionali?

Sa proprio di un nuovo regalo avvelenato...

Per liberare qualcuno bisogna renderlo indipendente, e basta.

Ci hanno fatto credere che la povertà sia una condizione accidentale e sfortunata, insomma capita.
Invece è un prodotto di scelte ed azioni umane che hanno escluso interi gruppi dall'accesso alle risorse basiche.
Povertà e malattia non sono il prodotto di una imposizione diretta, ma di una violenza strutturale, subdola.
Per fare qualcosa bisognerebbe rimuovere le cause della violenza strutturale che striscia nelle pieghe della disuguaglianza sociale.

Quanto ai turisti ed ai viaggiatori armati di buone intenzioni sono sicuro, mettetevi l'animo in pace, qualsiasi cosa si faccia si sbaglia, si può solo scegliere il modo di sbagliare, null'altro... La generosità perpetua lo stato di ineguaglianza esistente. Il circolo è vizioso.

Waka Waka Africa.

martedì 16 agosto 2011

Africani

Il suono dei tamburi impazza, i sonagli frusciano, piedi nudi battono sulla lucida pietra, ancheggiano le donne con un contenitore di zucca in equilibrio sulla testa... Gli spettatori applaudono anche se le danze non sono fatte per essere guardate, ma danzate...
Si potrebbe dire che gli africani sono bravi a suonare e a danzare perché lo sanno fare semplicemente meglio e invece si dice che hanno il ritmo nel sangue (un'attitudine naturale della quale, in pratica, non hanno alcun merito...);

Gli acrobati volteggiano e si arrampicano gli uni sugli altri dando vita a piramidi umane incredibili. Pratica ereditata da indiani forzatamente deportati in Africa, le cui evoluzioni erano esibite negli zoo umani europei di inizio secolo...
Potremmo dire che sono bravi ginnasti quando li vediamo esibirsi sulle spiagge in numeri da circo e invece li paragoniamo alle scimmie (sottolineando una loro più prossima vicinanza al mondo animale);

Si aggirano vestiti secondo il nostro gusto, dettato da un immaginario primitivista, lavorando come facchini, giardinieri, muratori, addetti alle camere...
Potremmo stupirci del fatto che il loro salario sia inferiore ai due dollari al giorno per lavori ed orari estenuanti, ma giustifichiamo quell'elemosina facendo ricorso al diverso costo della vita (anche se quel genere di salario non la rende degna di essere vissuta nemmeno in una capanna di pali e fango, ma si sa, loro sono naturalmente portati a vivere in quello stato, poi c'è tanta dignità nella povertà, situazione immutabile più che altro per la loro innata pigrizia, del resto il lavoro di tre africani sarebbe svolto in un quarto del tempo da uno zelante europeo) ...

... e poi il loro fisico statuario li rende naturalmente più resistenti alla fatica...

I villaggi sono pieni di bambini! (osservazione astuta, per chi proviene dalla nazione dove ne nascono meno in assoluto)
Fanno molti figli perché sono più fertili e fecondi oltre ad essere maschi superdotati sessualmente e femmine incapaci di controllare un desiderio animalesco...

Avvicinare gli africani al mondo naturale é un meschino tentativo storico di disumanizzarli per renderli, senza rimorsi di coscienza, delle vere e proprie bestie da soma. Così è stato, così è.
Il razzismo non sta nella discriminazione, ma nelle categorie che costruiscono e inferiorizzano l'Altro, creando inconsciamente delle ideologie discriminanti.

Karibuni Kenya.

venerdì 22 aprile 2011

Deiezioni


La strada asfaltata che attraversa Punta Laguna è dritta, drittissima.
Taglia in due una zona di selva maya al confine tra Yucatàn e Quintana Roo. Ogni giorno viene percorsa da un autobus che in mattinata passa in una direzione, in serata in quell'altra. E' raro vedere altri veicoli transitare.

Quando arrivai a Punta Laguna, mi permisero di alloggiare in una abitazione usata come ripostiglio, costruita accanto a quella della famiglia più importante del piccolo villaggio. Lì appesi la mia amaca. Quando chiesi del bagno mi risposero molto sbrigativamente: "al monte", indicando la folta vegetazione, ovvero trovati un posto nella selva circostante.

Non essendoci acqua corrente (e fogne come si sarà compreso) ogni mattina, dovevo percorrere un lungo sentiero per raggiungere la laguna nella quale potevo lavarmi e cercare per l'appunto un "posto comodo" nella selva ombrosa.

Percorrendo il tratto di strada asfaltata che precedeva l'imbocco di quel sentiero, dovevo però accuratamente evitare, nella mia passeggiata mattutina, qualche serpente con la testa mozzata (evidentemente sorpreso da un machete mentre, a caccia di topi, si infilava nel tetto di foglie di palma di una casa) oltre a numerosi escrementi umani disseminati ovunque (!).

Evidentemente il posto più pulito e riservato (approfittando delle prime buie ore del mattino) per espletare i propri bisogni, era proprio quell'utilissimo tratto d'asfalto prospicente le abitazioni; sicuramente migliore della vegetazione intricata e popolata da insetti. Una infrastruttura di indubbia utilità.

Ci stavo ripensando seduto su di una panchina in un parco di Città del Messico dove oziavo in compagnia di Maximino, un amico mazateco.
Maximino non era abituato alla città, tantomeno alla megalopoli che alle spalle di quella panchina si sviluppava in maniera veramente mostruosa. Preferiva di gran lunga le nebbiose montagne della sierra mazateca, lì si trovava a suo agio. I costumi cittadini lo continuavano a stupire.

Quando una donna distinta arrivò al giardino con un buffo cagnolino per liberarlo e farlo divertire nel prato, Maximino mi fece partecipe di ogni sua perplessità nel vedere con quali curiose attenzioni venivano trattati gli animali domestici, elevati al grado di persone.

Il cagnetto dopo un paio di brevi corse comincia ad annusare il suolo, gira e rigira intorno, e la fa. La distinta signora, diligente cittadina, pur camminando instabilmente con lunghi tacchi sul prato, tira fuori dalla borsetta un sacchetto di nylon, si china sugli escrementi e li raccoglie.

Maximino, che ancora doveva abituarsi all'idea di vedere esseri umani parlare, scherzare e giocare con cani e gatti come se fossero bimbi anzichè scacciarli con tizzoni ardenti (com'é invece d'uso nelle regioni indie del Messico profondo), osserva sconcertato, mai avrebbe pensato di vedere un essere umano scendere tanto in basso da dover raccogliere rispettosamente i loro escrementi.

Ma si sa, le deiezioni, come ogni altro rifiuto corporeo, sono oggetto di regole e convenzioni sociali.

Me ne resi conto in particolar modo quando salii su un autobus a Valladolid (Yucatàn). Rimasi in piedi, tutti i posti erano già occupati, molte donne indie rientravano ai loro villaggi dopo aver venduto le loro mercanzie al mercato ed erano intente a mangiare frutta o tortillas di mais.

I miei occhi erano gonfi e arrossati a causa di una brutta influenza che mi aveva causato una congiuntivite. Sono dovuto andare in città apposta per curarmi. In fin dei conti sono orgoglioso della mia congiuntivite, sul bus incrocio infatti altri comprensivi sguardi velati dal continuo spurgare degli occhi.
Mi sento finalmente più vicino al mondo indigeno.

Tiro fuori un fazzoletto pulito dalla tasca, tampono gli occhi gonfi ed umidi, poi mi soffio il naso, due volte. Ripiego il fazzoletto e lo ripongo in tasca.

Un ragazzino osserva attentamente tutta la scena.
Con i suoi occhi nerissimi analizza la sequenza delle mie azioni (fotogramma per fotogramma). Poi, venendo meno al contegno ed alla riservatezza tipiche dell'atteggiamento tragico indigeno (incurante del presente e del futuro), si rivolge a me dicendo: "Cosa fai, lo conservi?"
"Ehm..., si, ...ma soltanto per un po'..." (dico sempre la verità).

[Nella terra del cervo e del fagiano, dove l'uso del fazzoletto non è consueto...]

mercoledì 13 aprile 2011

Perline


Quella donna è molto fortunata, non riesce neanche a muovere il collo.

Suo padre e suo marito dovevano avere molto bestiame da scambiare per ottenere perline di vetro.

Un uomo ha recentemente scambiato dieci capre, tre dromedari ed otto capi di bestiame per ottenere la quantità di perline necessaria per ornare il collo delle sue tre mogli.

Anche i padri decorano il collo delle loro figlie, sarà poi il futuro marito, versando il prezzo della sposa, a far "rientrare" il padre dell'investimento anticipato.

Del resto una donna senza collane è brutta, fa ridere, sembra un cane più che una persona.

L'orgoglio femminile turkana è tutto riposto nelle perline, simbolo della relazione con un uomo che ha avuto successo nella gestione del sistema di produzione.

Akiru non ha molte collane. Quest'oggi ha rinunciato alla propria porzione di latte, lo ha messo in un contenitore ed ha camminato parecchie ore per recarsi al duka (piccolo emporio gestito prevalentemente da Somali) dove ha potuto scambiare il suo latte per qualche perlina ed altri materiali che le serviranno per confezionarsi altri decori, deve trovare marito.

Le perline ottenute con lo scambio sono poche, sono infatti divenute molto più care (e rare) da quando il governo ha scoraggiato l'importazione di perline dalla Boemia per ostacolarne la vendita ai Turkana. E' la strategia scelta per condurli sulla via della civilizzazione (e loro si difendono producendo perline con gli scarti di vetro oppure utilizzando altri materiali).


Lo scorso anno, alla morte del padre di Akiru sono seguite, nel giro di breve tempo, anche quelle dei due fratelli più grandi. Sono stati decessi improvvisi dovuti a diarrea, regolamenti di conti (probabilmente un raid Pokot) ed alla puntura di uno scorpione. Quando anche una nipotina è morta, Akiru si è mozzata la parte superiore dell'orecchio. Una mutilazione volontaria per placare le sventure che si sono abbattute sulla sua famiglia, una richiesta di clemenza alle potenze invisibili, una supplica.

Probabilmente visiterà anche un emuron che le confezionerà degli amuleti da appendere alle sue collane, per ottenere maggiore protezione. E allora il suo collo racconterà anche della visita fatta al guaritore, oltre a comunicare, attraverso i colori e la disposizione delle file di perline, la sua provenienza, il suo gruppo di appartenenza, il suo status sociale, ma anche se è sposata oppure no, se ha figli e quanti di loro sono stati iniziati.

Una storia personale e sociale legata al collo che i bimbi turkana, appesi alla schiena della mamma, iniziano a conoscere fin da subito, durante le lunghe camminate che attraversano il nulla.

[Parlando con Akiru, il suo nome significa "la stagione delle pioggie" in lingua turkana, grazie alla traduzione di John che nel frattempo beve la chang'aa, una birra locale in cui viene fatto fermentare di tutto, ma proprio tutto tutto. Anch'io ne sorseggio un po', dissimulando poca sete, ne pagherò le conseguenze il giorno seguente. Accanto, due anziane signore passano del grasso su file di perline per prevenire la comparsa di pidocchi una volta indossate al collo, le perline non ancora ingrassate rilucono di un mondo perduto]